Bot da orbi tra liberisti/ 3
Per una volta invece è meglio non seguire l’Europa
I problemi della finanza pubblica, in Italia come altrove, sono noti: il deficit è ben oltre la soglia del 3 per cento consentito da Maastricht in tempi di crisi, mentre il debito pubblico è circa il doppio di quanto era stato pattuito in sede europea. Che fare? di Enrico Colombatto
8 AGO 20

I problemi della finanza pubblica, in Italia come altrove, sono noti: il deficit è ben oltre la soglia del 3 per cento consentito da Maastricht in tempi di crisi, mentre il debito pubblico è circa il doppio di quanto era stato pattuito in sede europea. Che fare? Benché negli ultimi dieci anni molti esponenti dell’attuale maggioranza di governo abbiano promesso agli italiani che il carico fiscale sarebbe sceso sotto il 40 per cento del pil e che il risanamento sarebbe avvenuto dal lato della spesa, leggiamo proposte in senso opposto, proposte che il governo si guarda bene dal mettere a tacere.
La spiegazione è semplice. I conti fanno acqua, manca il coraggio per ridurre la spesa e di conseguenza occorre spremere i contribuenti per non finire come la Grecia. La ricetta politicamente ideale deve soddisfare due requisiti: non colpire clientele politiche e dare l’impressione di gravare su coloro che percepiscono redditi senza lavorare. Purtroppo, l’idea di un’imposta sui redditi da capitale passa questo doppio test populista con un voto molto alto. Eppure, anche se quasi irresistibile, questa deriva clientelare e populista non solo sarebbe ingiusta, ma condurrebbe probabilmente a risultati controproducenti.
Vi sono diverse opinioni sulle proprietà dell’imposta più giusta (o meno ingiusta). Tuttavia, tutte convergono sul fatto che l’imposta debba essere comprensibile a tutti nella sua filosofia ispiratrice: ogni individuo deve contribuire alla spesa pubblica in base alle proprie capacità di produrre ricchezza, oppure in base alla ricchezza effettivamente prodotta con le risorse di cui dispone. Per non sbagliare, i moderni regimi fiscali tassano sia la ricchezza, sia il reddito, il che dimostra confusione di idee e avidità, più che il rispetto di principi di trasparenza ed equità. Ad ogni buon conto, è palese che la capacità contributiva non deve essere legata alle preferenze individuali: una volta definito il patrimonio posseduto o il reddito prodotto, l’imposta non può dipendere da ciò che l’individuo decide di fare con quel patrimonio o con quel reddito.
Eppure, discriminare fra le preferenze individuali è proprio il “segreto” della tassazione sulle rendite finanziarie. Si pensi a due contribuenti, A e B, entrambi percettori di soli redditi da lavoro ed entrambi tassati di conseguenza. Versate le imposte dovute, A decide di spendere subito tutto il suo reddito in beni di consumo. B, invece, decide di fare dei sacrifici e risparmiare, correndo anche il rischio che i propri risparmi siano falcidiati dall’inflazione o dalle conseguenze di cattivi investimenti. In effetti, le cosiddette rendite finanziarie remunerano proprio questi sacrifici e questi rischi. Tassare i flussi di reddito da capitale non significa, dunque, tassare una rendita, cioè un reddito ingiustificato. Significa invece disincentivare il risparmio e il rischio imprenditoriale. Come si accennava poc’anzi, ciò è illogico per due motivi. In primo luogo, perché l’imposta sui redditi da capitale non insiste né sulla capacità di produrre reddito, né sulla produzione di reddito, bensì sulle decisioni individuali sul come impiegare il proprio potere d’acquisto. In secondo luogo, perché sarebbe ben difficile sostenere a priori che i quattrini sottratti a chi risparmia o a chi finanzia l’attività d’impresa sono meglio impiegati dal politico o dal burocrate responsabile della spesa pubblica.
In conclusione, è certamente vero, come alcuni rilevano, che le imposte sui redditi da capitale in Italia sono inferiori a quelle in vigore in molti altri paesi europei. Nondimeno, copiare dagli altri non è sempre la soluzione migliore, soprattutto quando gli “altri” non sembrano brillare per vivacità economica o imprenditoriale. E, più in generale, va osservato che ben raramente un’economia ha “creato sviluppo” grazie ad aumenti della pressione fiscale; e ancora più rari sono i paesi che hanno prodotto opportunità e agevolato l’occupazione scoraggiando il risparmio e l’afflusso del capitale di rischio alle imprese.
di Enrico Colombatto
La spiegazione è semplice. I conti fanno acqua, manca il coraggio per ridurre la spesa e di conseguenza occorre spremere i contribuenti per non finire come la Grecia. La ricetta politicamente ideale deve soddisfare due requisiti: non colpire clientele politiche e dare l’impressione di gravare su coloro che percepiscono redditi senza lavorare. Purtroppo, l’idea di un’imposta sui redditi da capitale passa questo doppio test populista con un voto molto alto. Eppure, anche se quasi irresistibile, questa deriva clientelare e populista non solo sarebbe ingiusta, ma condurrebbe probabilmente a risultati controproducenti.
Vi sono diverse opinioni sulle proprietà dell’imposta più giusta (o meno ingiusta). Tuttavia, tutte convergono sul fatto che l’imposta debba essere comprensibile a tutti nella sua filosofia ispiratrice: ogni individuo deve contribuire alla spesa pubblica in base alle proprie capacità di produrre ricchezza, oppure in base alla ricchezza effettivamente prodotta con le risorse di cui dispone. Per non sbagliare, i moderni regimi fiscali tassano sia la ricchezza, sia il reddito, il che dimostra confusione di idee e avidità, più che il rispetto di principi di trasparenza ed equità. Ad ogni buon conto, è palese che la capacità contributiva non deve essere legata alle preferenze individuali: una volta definito il patrimonio posseduto o il reddito prodotto, l’imposta non può dipendere da ciò che l’individuo decide di fare con quel patrimonio o con quel reddito.
Eppure, discriminare fra le preferenze individuali è proprio il “segreto” della tassazione sulle rendite finanziarie. Si pensi a due contribuenti, A e B, entrambi percettori di soli redditi da lavoro ed entrambi tassati di conseguenza. Versate le imposte dovute, A decide di spendere subito tutto il suo reddito in beni di consumo. B, invece, decide di fare dei sacrifici e risparmiare, correndo anche il rischio che i propri risparmi siano falcidiati dall’inflazione o dalle conseguenze di cattivi investimenti. In effetti, le cosiddette rendite finanziarie remunerano proprio questi sacrifici e questi rischi. Tassare i flussi di reddito da capitale non significa, dunque, tassare una rendita, cioè un reddito ingiustificato. Significa invece disincentivare il risparmio e il rischio imprenditoriale. Come si accennava poc’anzi, ciò è illogico per due motivi. In primo luogo, perché l’imposta sui redditi da capitale non insiste né sulla capacità di produrre reddito, né sulla produzione di reddito, bensì sulle decisioni individuali sul come impiegare il proprio potere d’acquisto. In secondo luogo, perché sarebbe ben difficile sostenere a priori che i quattrini sottratti a chi risparmia o a chi finanzia l’attività d’impresa sono meglio impiegati dal politico o dal burocrate responsabile della spesa pubblica.
In conclusione, è certamente vero, come alcuni rilevano, che le imposte sui redditi da capitale in Italia sono inferiori a quelle in vigore in molti altri paesi europei. Nondimeno, copiare dagli altri non è sempre la soluzione migliore, soprattutto quando gli “altri” non sembrano brillare per vivacità economica o imprenditoriale. E, più in generale, va osservato che ben raramente un’economia ha “creato sviluppo” grazie ad aumenti della pressione fiscale; e ancora più rari sono i paesi che hanno prodotto opportunità e agevolato l’occupazione scoraggiando il risparmio e l’afflusso del capitale di rischio alle imprese.
di Enrico Colombatto